Guarda che luna

Dove eravate quando l’uomo sbarcò sulla Luna? Era la notte del 20 luglio 1969, una data storica cinquant’anni fa. Mezzo secolo dopo il Fotostiftung Schweiz di Winterthur s’interroga sulla rappresentazione fotografica di questo corpo celeste, che ha sempre ispirato le fantasie degli esseri umani. E che al contempo ha liberato anche energie artistiche. Esposte fino al 6 ottobre nella mostra “Stregati dalla luna – Esplorazioni fotografiche”

Solo dodici esseri umani hanno messo piede sul satellite terrestre. Il nostro concetto della Luna, e della Terra vista come la “palla blu”, è stato quindi plasmato quasi interamente dai mezzi visivi. Senza la mediazione delle immagini avremmo solamente un’idea molto rudimentale della sua natura. Sono le macchine fotografiche, le telecamere e le altre tecniche di ripresa che tuttora determinano il modo in cui immaginiamo la Luna, il cosmo, i viaggi nello spazio e la nostra identità nell’universo. La Luna è quindi un esempio di ciò che Jean Baudrillard ha scritto nella sua teoria della simulazione: “simboli e realtà stanno diventando sempre più indistinguibili l’uno dall’altro”. La trasformazione della Luna in un evento mediatico ha raggiunto il suo apice con il primo allunaggio umano. Essere parte dell’evento attraverso la trasmissione televisiva in diretta è stato per gli spettatori televisivi altrettanto miracoloso quanto lo stesso allunaggio. Più di mezzo miliardo di persone si sono riunite davanti ai loro televisori partecipando inconsapevolmente al più grande evento simultaneo nella storia televisiva. La stampa ne seguì l’esempio e l’euforia collettiva fu totale. L’esposizione, allestita dalla Fondazione svizzera per la fotografia, offreundici prospettive di come gli artisti abbiano usato il mezzo fotografico per reagire alla Luna, alla sua “conquista” e all’enorme numero di immagini prodotte nel corso di uno degli eventi più importanti del ventesimo secolo. Oltre a selezionati lavori storici, la mostra presenta soprattutto opere e installazioni contemporanee. Queste le cinque che ho preferito.

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Apollo 11, 1969 (dettaglio) © Edy Brunner

Un’opera d’arte che può vantarsi di essere all’altezza dell’allunaggio è Apollo 11, a sua volta impresa colossale, realizzata dallo svizzero Edy Brunner. È costituita da 23.688 minuscole fotografie incorniciate singolarmente in telai di plastica che richiamano lo schermo televisivo. Un formato impressionante, completamente fuori misura, che rende omaggio a questa straordinaria impresa, inimmaginabile per l’epoca. Per creare questo lavoro l’artista, classe 1943, installò una macchina fotografica davanti a un televisore scattando una fotografia ogni secondo durante la trasmissione in diretta dell’evento. Si può così seguire nel dettaglio lo svolgimento della missione spaziale, o più precisamente: la diffusione televisiva di questo avvenimento. L’opera di Brunner è un monumento vivente alla schiacciante vittoria della TV, media ancor giovane a quel tempo. Un anno dopo Apollo 11 diventò la prima opera fotografica a ricevere un premio dalla Commissione federale d’arte, che riconobbe il suo valore concettuale e avanguardista.

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Ivan e Kloka durante il loro storico incarico fuoribordo, 1997.                                                    Dal progetto “Sputnik: L’Odissea della Soyuz II” © Joan Fontcuberta

Il catalano Joan Fontcuberta esplora il concetto di realismo fotografico, raccontando la storia di Ivan Istochnikov, un cosmonauta russo che, come apprendiamo, si è perso nello spazio in circostanze misteriose durante il volo della Soyuz 2 nel 1968. Per coprire questo fallimento, Istochnikov fu cancellato dalla storia dalla burocrazia sovietica: le sue fotografie furono rimosse e la sua famiglia deportata in Siberia. Nonostante la ricchezza di fatti che stabiliscono la credibilità, gli eventi qui “documentati” sono del tutto fittizi e la maggior parte dei “fatti” sono stati fabbricati dall’artista stesso. Le fotografie di Istochnikov sono rievocazioni ingannevolmente autentiche del modo in cui i media hanno plasmato la percezione pubblica di cosmonauti come Yuri Gagarin. Il suo falso dimostra che le forme di presentazione museale e scientifica sono infuse di un’autorità e di un’aura di credibilità che viene trasferita sui pezzi esposti e ai contenuti stessi. Si tratta di un atto deliberato di intossicazione mediatica che utilizza l’umorismo per renderci consapevoli del potere suggestivo dell’informazione fotografica.

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Dalla serie “Temporary Urban Spaces”, 2017/2018 © Daniela Keiser

Daniela Keiser ricolloca il nostro satellite al regno dell’esperienza sensoriale umana. La sua installazione segue l’influenza più palpabile della Luna sul nostro pianeta: le maree. Per un periodo di sei mesi, l’artista elvetica ha visitato ripetutamente le rive del Tamigi a Londra, dove l’escursione può raggiungere i sette metri d’altezza. Ciò di cui è stata testimone si è rivelato di una magia inattesa: brillante muschio verde e brunito che si arrampica in ipotetici giardini verticali, ciottoli colorati e mattoni levigati, un’infinita varietà di motivi e disegni. Nessuna delle immagini mostra il cielo o qualsiasi edificio: l’unica cosa di cui siamo testimoni sono le fondamenta della città, le stesse su cui è costruita la nostra società. L’artista affronta questo tema con una metafora indiretta, astratta e allo stesso tempo altamente poetica.

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PC–001–170215, dalla serie “Alternative Moons”, 2017 © Robert Pufleb e Nadine Schlieper

I corpi celesti dei tedeschi Robert Pufleb e Nadine Schlieper sono magnifici, vividi e dettagliati. Tuttavia ciò che si vede non è ciò che si sta guardando. L’idea è venuta ai due artisti durante colazione, notando che i pancake nella loro padella sembravano piccole lune. Da quel momento in poi hanno affinato le loro abilità culinarie al limite della perfezione: in alcune crêpessono presenticrateri perfetti e catene montuose a forma di anello, in altre si distinguono i vasti mari ombrosi. “Consideriamo le nostre “Alternatives Moons” come metafora della lettura delle in un’epoca caratterizzata da fatti alternativi e da false informazioni” spiegano i due artisti. “Esse permettono di rimettere in questione il potere delle immagini immagini sono interpretate in questi tempi di fatti alternativi e notizie false”, dicono Schlieper e Pufleb. “Ci permettono di mettere in discussione il potere delle immagini in generale, la loro oggettività e il loro enorme potenziale di manipolazione”. Il titolo dell’opera deriva direttamente dalle parole della consigliera politica di Trump, Kellyanne Conway, che nel 2017, in difesa dei numeri gonfiati della folla partecipante all’inaugurazione presidenziale di Donald Trump, aveva parlato di ‘fatti alternativi’.

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© Fausto Colombo / L’incertain regard

Il titolo dell’esposizione “Stregati dalla Luna” trova eco diretta nel gruppo di opere presentate dallo svizzero Max Grüter. Su tutte il tappeto grigio scuro evocante la superficie lunare dove sono presenti numerose orme lasciate dagli astronauti. I riferimenti fotografici sono evidenti: l’impronta dello stivale di Buzz Aldrin lasciata nella polvere della Luna il 21 luglio 1969 è una delle immagini più iconiche del ventesimo secolo. Segnala agli abitanti della Terra rimasti a casa l’appropriazione e la demistificazione di questo corpo celeste. Le impronte non sembrano comunque avere una meta precisa, s’incrociano sul tappeto come disorientate. Un commento ironico sulla discutibile integrità del programma spaziale Apollo, il cui scopo principale era quello di vincere la corsa allo spazio, essenzialmente una guerra per procura nel conflitto tra i due principali sistemi politici fautori della Guerra Fredda.

 

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Immagine di copertina: Pierrick sur la Lune, 2018 (scena olografica) © Pierrick Sorin

Tutte le immagini (tranne l’ultima): Courtesy Fotostiftung Schweiz

Si ringrazia per la collaborazione: Sascha Renner

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