Oltre il muro

Street artist o performer? Pittore o illustratore? Fotografo o coreografo? Robin Rhode, sudafricano d’origine e berlinese d’adozione, è innanzi tutto un alchimista, capace di realizzare con strumenti semplici e versatili disegni straordinari sui muri che accompagnano il nostro quotidiano. Il risultato è uno spettacolo immaginifico che coinvolge l’intera sfera sensoriale. Insignito recentemente del prestigioso Zurich Art Prize, l’ho incontrato in occasione di a plan of the soul, la mostra che il Museo Haus Konstruktiv di Zurigo gli dedica fino al 13 gennaio 2019. Un’occasione unica per approfondire la visione di una pratica artistica che sperimenta con intelligenza e umorismo le osservazioni quotidiane, le dichiarazioni politiche, i desideri e i riferimenti alla storia dell’arte, attraverso gesti che a volte rasentano la comicità

Qual è stata la tua reazione alla vittoria del prestigioso Zurich Art Prize di quest’anno?

Naturalmente sono stato molto contento e lusingato. Se penso agli artisti che nel corso degli ultimi anni mi hanno preceduto, come Marguerite Humeau e Tino Seghal, o ancora Carstzen Nicolai e Latifa Echakhch, il significato di questo premio assume un valore che va oltre il semplice riconoscimento artistico. Lo considero un po’ anche come un’ancora di salvezza per la mia carriera, che mi ha permesso di allestire una mostra in uno spazio istituzionale come l’Haus Konstruktiv. Un’occasione non solo per cementare in qualche modo il corpus di queste opere che ho sviluppato nel contesto del museo dedicato all’arte concreta, costruttiva e concettuale di Zurigo ma anche per consolidare la mia presenza all’interno della scena artistica di questa città. Ogni singolo pezzo esposto è stato realizzato per questa specifica occasione; nove mesi di assiduo lavoro hanno partorito l’esposizione a plan of the soul.

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Robin Rhode, exhibition view Museum Haus Konstruktiv, 2018. Courtesy the artist and Kamel Mennour, Paris / London. © Photo: Museum Haus Konstruktiv (Stefan Altenburger)

Puoi spiegarci il significato di questo titolo?

È una frase tratta dal saggio A Room of One’s Own, che Virginia Woolf scrisse nel 1929, in cui spiegava come la creatività può svilupparsi solo in maniera androgina, dove le parti maschili e femminili dell’anima si fondono armoniosamente. Una miscela che ho declinato nelle due figure scultoree collocate al piano terreno del museo: sono due compassi alti quanto una persona e differiscono solo per le dimensioni, assumendo così una figura maschile e una figura femminile. Questi strumenti per il disegno all’apparenza risultano innocui ma, attrezzati di sensori, iniziano a girare su se stessi nel momento in cui il visitatore si avvicina a essi, dettandone la velocità e diventando inconsapevolmente coreografo dei loro movimenti. Un altro esempio di fusione armoniosa sono le due biciclette, una da donna e l’altra da uomo, che ho incastrato l’una nell’altra dipingendole poi di vernice nera per ottenere infine un singolo oggetto.

Le tue opere mostrano una gestione intelligente e giocosa dei motivi costruttivi: che cosa significa per te l’arte costruttiva?

Il costruttivismo inizia con l’idea della “singolarità”. Si concentra sulla matita, e solo su quella, per generare un discorso. Face of Trees, con cui ho ricoperto un’intera parete del museo ne è un tipico esempio. Sono 150 fogli di carta bianca su cui ho disegnato, singolarmente, numerose linee avvolgenti che ricordano una rete di radici; collegando il pavimento al soffitto formano uno sfondo apparentemente organico. Il disegno qui non si limita a essere un supporto per l’immagine ma è una tecnica che utilizzo per innescare un processo performativo, sia che venga narrato in uno spazio pubblico all’aperto che fra le partei di un museo. Altri oggetti e utensili che ho a portata di mano subentrano in una fase successiva nel momento in cui desidero sviluppare una narrazione concettuale. In futuro è mia intenzione espandere questo concetto e coinvolgere simultaneamente altre persone.

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Robin Rhode, Delta, 2018 C-Print, 4 parts. Courtesy the artist and Kamel Mennour, Paris / London

Come è iniziato il tuo percorso d’artista?

Sin da bambino ero ossessionato dal disegno, passando ore a colorare libri. Ora sono passato ai muri e alle pareti, per cui nulla è veramente cambiato dalla mia infanzia. Solo i disegni sono diventati più grandi e complessi. La mia ossessione per il disegno e la mia immaginazione non ha lasciato ai miei genitori altra scelta se non quella di iscrivermi alla scuola d’arte. Non è stato facile in un contesto come quello di Johannesburg e le difficoltà incontrate sono state molte. Dal riconoscimento da parte dei miei professori al dover affrontare la libertà di poter stare in un ambiente scolastico ed esplorare quotidianamente e in completa libertà l’arte del disegno in un contesto come quello della scuola pubblica. Ci sono state molte sfide e molte ancora mi attendono in termini di traiettoria artistica.

Il tuo lavoro ha origine sui muri delle strade di Johannesburg. Ti senti a tuo agio a essere etichettato come uno “street artist”?

Devo ammettere d’aver adottato alcuni processi della street art, come la mentalità che caratterizza un’artista “da strada”. Ma poiché il risultato finale dei miei interventi sulla strada è fotografato per poi essere esposto sui muri di una galleria o di un museo non mi considero uno “street artist” in quanto tale. L’intenzione dell’artista di strada è di permettere che il loro risultato finale esista su un muro all’interno della sfera pubblica. Il mio obiettivo ultimo è quello di permettere alla mia interazione con la strada di continuare a esistere in un altro contesto. Quindi mi considero più come un artista impegnato nella definizione di cosa sia la strada esplorandola come concetto. Ciò che mi ha portato alla strada è stata l’idea di permettere a un pubblico senza pretese di accedere a una pratica artistica contemporanea. Mi sono sentito radicale nel contesto dell’arte sudafricana. Credo nell’effimero dell’opera a muro e che qualsiasi cosa io crei deve scomparire, deve essere distrutta.

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Robin Rhode, exhibition view Museum Haus Konstruktiv, 2018. Courtesy the artist and Kamel Mennour, Paris / London. © Photo: Museum Haus Konstruktiv (Peter Baracchi)

La performance con cui hai inaugurato l’apertura della mostra a Zurigo richiama i tuoi inizi artistici. Sul muro hai disegnato utilizzando parti di un’automobile legati insieme da una corda. Dopo questo atto spettacolare, rimangono i magistrali disegni sulla parete, così come gli strumenti impiegati appesi al soffitto. Cosa c’è di interessante nel compiere questi atti in musei d’arte affermati?

Penso che questi spazi istituzionali abbiano bisogno di più ribellione. Si tratta di semplicei ma incisivi atti espressi in un arco di tempo molto breve. Lascio sì le “prove” alle mie spalle, ma come artista io rimango libero. E dopo essere “scappato” il pubblico non sa se me ne sono andato per davvero o se sto per tornare, quindi non sanno con certezza se applaudire o meno. Il vero protagonista è in definitiva il muro, di cui sono particolarmente attratto. Ne ho disegnati a Berlino, Johannesburg, New York, Città del Messico. Non importa il luogo, perché il principio è lo stesso. Non sto dando al pubblico la possibilità di stabilire dove si trova il pezzo, ma l’occasione di passare attraverso di me nell’azione. Non sto cercando di radicare il muro nella geografia. Il muro è puramente un simbolo.

Hai un “muro del desiderio” su cui vorresti disegnare?

Veramente ce ne sarebbero un paio. Ma si tratta di muri particolarmente controversi che per ora preferisco non nominare. Ma chissà, in futuro potrei sorprendere tutti…

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Robin Rhode, exhibition view Museum Haus Konstruktiv, 2018. Courtesy the artist and Kamel Mennour, Paris / London. © Photo: Museum Haus Konstruktiv (Stefan Altenburger)

Come mai hai deciso di trasferirti a Berlino?

Per amore, semplicemente. Mi sono innamorato e con la mia ragazza ho costruito una famiglia. Questo trasferimento ha influenzato anche il mio subconscio d’artista. Risiedere in Germania mi permette di avere molto più tempo per prepararmi, per fare ricerche più approfondite, per assimilare nuove idee, per elaborare un linguaggio visivo differente, prima d’intraprendere un nuovo progetto. Ormai risiedo a Berlino da più di 15 anni e questa distanza spazio-temporale aiuta a osservare la complessa realtà sudafricana in maniera più articolata.

Non ho trovato nessun social media a te affiliato. Non pensi che Instagram, giusto per fare un esempio, possa essere un canale ideale per veicolare i tuoi disegni e raggiungere un nuovo pubblico?

Questo è proprio il motivo per cui non sono interessato al loro utilizzo. Alla mera distribuzione sui social media preferisco osservare le modalità con cui persone a me sconosciute utilizzano il mio lavoro. Essenzialmente mi considero un voyeur degli effetti che i miei disegni provocano sui fruitori di queste piattaforme.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?

Sono sempre più interessato alla “realtà virtuale”, mi piacerebbe creare qualcosa in questo contesto digitale ma non per essere visto indossando questi caschi sugli occhi ma piuttosto estrapolare il lavoro concepito all’interno di questo mondo e trasformarlo in una scultura nel mondo reale.

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Robin Rhode con alcuni suoi fans intervenuti al Talk organizzato il 7 novembre 2018.                © Fausto Colombo

Save the date: AMUZE MEETS HAUS KONSTRUKTIV Giovedì 6 dicembre 2018 dalle ore 18:00 alle ore 21:00. amuze è un progetto che organizza eventi pop-up per giovani visitatori, offre un invito a partecipare a una serata inaspettata di Robin Rhode: con snack tour, musica, bar e altri momenti clou.

Immagine di copertina: Robin Rhode, vincitore del Zurich Art Prize 2018 Courtesy the artist

Si ringrazia per la collaborazione: Christopher Hux

 

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