Donne contro corrente

Sono otto professioniste svizzere, tutte volontarie. Utilizzando insieme le loro competenze, esperienza e reti di conoscenze, hanno creato SAO – Save Assist Outreach, una piccola ma dinamica organizzazione non governativa. L’obiettivo? Dare sostegno alle donne in fuga che sbarcano in Grecia in cerca d’asilo, fornendo loro non solo rifugio e aiuto immediati, ma anche la formazione necessaria per la loro integrazione e autosufficienza future. Ho intervistato Christine Loriol, membro del Comitato Direttivo dell’organizzazione di cui è stata presidente per due anni e ora responsabile della comunicazione istituzionale e della campagna di crowdfunding “AMINA wants to fly”, destinata al centro SAO di Atene, e che culminerà nell’evento benefico organizzato domenica 18 novembre al Moods di Zurigo.

Qual è l’attuale situazione in Grecia dove SAO dispone di due strutture per l’assistenza alle donne rifugiate?

Quotidianamente si contano tra i 100 e i 120 sbarchi sull’isola di Lesbo. Il campo profughi di Moira, realizzato per ospitare circa 1’800 rifugiati, è da anni sovraffollato e attualmente si parla di 8’000 persone lì ammassate; ad aggravare la situazione si aggiunge l’imminente arrivo della stagione invernale. Anche il nostro centro BASHIRA ha raggiunto il limite della sua capacità: ogni giorno viene frequentato da un centinaio di donne ma per ragioni di sicurezza solo un massimo di 40 possono essere ospitate contemporaneamente. Per questo motivo già da qualche mese siamo costretti a selezionare coloro che possono accedere alla struttura, ovvero dando la precedenza ai casi più vulnerabili: donne incinte o con bambini, donne malate o handicappate, donne anziane, ecc. Il nostro obiettivo è di raddoppiare, se non triplicare, la capacità numerica della struttura concepita per fornire aiuti primari attraverso consulenze mediche, psicologiche e legali. Quando è necessario i nostri collaboratori si avvalgono del supporto di altre associazioni internazionali, come quello medico fornito da Medici Senza Frontiere o quello legale del Greek Council for Refugees. Differente è invece la situazione ad Atene, dove nel nostro centro AMINA le donne attendono una risposta alla richiesta di asilo per motivi di riunificazione familiare in Grecia o in un altro paese europeo. Nell’attesa queste donne possono frequentare la nostra casa per lavare i propri vestiti, frequentare corsi di lingua, di yoga (particolarmente apprezzati per i benefici fisici ottenuti) o anche di cucito a macchina (molto richiesti per il riscontro psicologico dovuto alla manualità investita).

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La casa AMINA ad Atene

Quali sono le sfide che SAO è chiamata ad affrontare e che richiedono urgenti sostegni finanziari?

Il finanziamento a lungo termine rappresenta la sfida più complessa. È molto più semplice trovare fondi per acquistare beni di prima necessità che quelli necessari per pagare lo stipendio ai nostri collaboratori e per mantenere due case. L’obiettivo è quello di raggiungere una tranquillità economica e non essere costretti ogni fine mese a cercare finanziamenti lampo per far quadrare i conti. Quando nella primavera 2016 SAO è nata abbiamo iniziato a raccogliere donazioni di privati alle quali si sono aggiunte in seguito quelle provenienti da alcune fondazioni; il prossimo passo sarà quello di richiedere in via ufficiale finanziamenti alla Confederazione Elvetica, nell’ambito delle sue iniziative destinate ai rifugiati.

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Un interno della casa AMINA ad Atene

In questi due anni e mezzo qual è stata la risposta dell’opinione pubblica alle vostre iniziative?

Qualunque sia il luogo o la situazione in cui presentiamo l’operato di SAO otteniamo un riscontro fantastico. A Lesbo SAO rappresenta l’unico progetto concepito per le sole donne, e l’idea della donna al centro di tutte le nostre attività suscita un notevole interesse. Per una donna che ascolta le nostre esperienze è pressoché automatica la propria identificazione in una delle donne che frequenta la nostra casa e che può finalmente avere accesso in tutta sicurezza a bisogni primari, come ad esempio la possibilità di curare l’igiene intima che in un campo profughi la metterebbe a rischio di violenze sessuali. L’empatia che si crea vale più dei messaggi istituzionali e sappiamo che le donne convinte del nostro operato non avranno difficoltà a parlarne ai loro mariti, amici e colleghi. Essendo gestita da donne svizzere, SAO è percepita dalle autorità elleniche come sinonimo di precisione e correttezza, un’associazione che non crea problemi. Per questo motivo il nostro progetto non è mai soggetto a ostruzionismi, nonostante si evolva lentamente a causa dell’endemica burocrazia che caratterizza il paese che ci ospita. Grazie alla nostra attitudine professionale, che traspare immediatamente dal nostro sito e dalla tipologia comunicativa che utilizziamo, siamo riusciti a guadagnare un notevole rispetto, non solo dalle singole persone ma anche dalle altre organizzazioni che operano nel nostro medesimo settore.

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Uno screenshot del crowdfunding, per contribuire cliccare QUI

Il 29 ottobre scorso SAO ha lanciato “AMINA wants to fly” un’iniziativa di crowdfunding che durerà un mese. Perché è stato scelto questo particolare metodo di raccolta fondi?

Ovviamente perché abbiamo bisogno di denaro ma soprattutto perché il crowdfunding, veicolo che si basa sulla comunicazione e la relazione interpersonale, rappresenta un metodo per allargare la nostra comunità, che nasce dal nucleo centrale dei soci fondatori per poi raggiungere la cerchia dei familiari, quella degli amici, dei colleghi e via discorrendo. Un po’ come le onde concentriche che si espandono dopo che un sasso viene lanciato in uno specchio d’acqua. Il nostro obiettivo è quello di creare cerchi dal diametro sempre più grande che ci permettano di raggiungere e sensibilizzare persone che personalmente non conosciamo.

Regula Esposito alias Helga Schneider

Regula Esposito, nei panni di “Helga Schneider”; per il programma dell’evento cliccare QUI

Domenica 18 novembre SAO organizza nella cornice dello Schiffbau di Zurigo un evento benefico, in cosa consiste esattamente?

Rappresenta il punto culminante della nostra campagna di crowdfunding. Nei locali del Moods, il rinomato jazz club della città, parleremo del nostro lavoro, intervisteremo alcuni ospiti e ospiteremo sul paco artisti come il gruppo musicale Dead Milly, un quartetto di cantanti dal coro dell’Opera di Zurigo e Regula Esposito nei panni di “Helga Schneider”. Saranno installate anche delle postazioni informatiche dove, col nostro supporto tecnico, si potrà contribuire al crowdfunding, anche in forma anonima. Siamo molto eccitate per questo evento, l’entrata è libera e l’invito è esteso a chiunque legga questa intervista. 

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Un interno della casa AMINA ad Atene

SAO è un esempio di attivismo politico al femminile dedicato a una questione sociale anch’essa femminile rappresentata in questo caso dalla problematica delle donne rifugiate. Ricorda la marcia delle donne tenutasi a Washington il giorno dopo l’insediamento di Trump alla Casa Bianca. Cosa c’è di unico in un approccio femminista all’attivismo politico? E come possono gli uomini sostenere la vostra organizzazione?

Il 21 gennaio 2017 ho partecipato personalmente alla Women’s March, un’iniziativa ideata da un gruppo di donne che, in un effetto domino, hanno convinto altre donne a parteciparvi. Per raccontare quella fantastica esperienza ho voluto scrivere un articolo. Il femminismo oggi è un movimento non contro gli uomini ma che si oppone al patriarcato, fenomeno che si ripercuote tutt’ora in modo negativo non solo sulle donne ma anche su alcuni uomini e su tutti coloro che appartengono indistintamente a qualsiasi minoranze. Quel movimento è riuscito a catalizzare l’attenzione di persone d’ogni genere che si oppongono all’oppressione e che chiedono solo di vivere un’esistenza in tutta dignità. La nostra associazione nasce con gli stessi principi inclusivi. Abbiamo iniziato un po’ per caso, trovandoci fra donne, discutendo sugli argomenti che ci interessavano, collegando idee. Nell’istante preciso in cui siamo cadute sullo slogan “donne per le donne” non abbiamo più avuto dubbi: noi in qualità di donne privilegiate possiamo utilizzare le nostre conoscenze e i nostri contatti al servizio di donne costrette a vivere un quotidiano estremamente difficile. Gli uomini sono i benvenuti e la loro presenza non può che rafforzare l’idea di base del movimento e del progetto. Perché ogni uomo ha come minimo una madre e una nonna, eventualmente una sorella o una moglie, forse una figlia o una nipote, probabilmente un’amica o una collega. Da lì il passo è breve nell’immaginare la propria madre anziana in fuga da un paese in guerra e che, attraversato il mare su una barca, approda su di un’isola per essere accolta in un campo profughi dove è costretta dormire sotto una tenda. È proprio a una nonna 93enne di nome Amina, fuggita dalla Siria accompagnata da uno stuolo di figlie e nipoti, che abbiamo dedicato la nostra struttura di Atene, dove l’abbiamo accolta prima che volasse in Svezia per ricongiungersi finalmente con il resto della famiglia. Amina è stata e continuerà a essere una fonte d’ispirazione indelebile.

SAO Association Vorstand

Il comitato direttivo di SAO, da sinistra a destra: Claudia Colic (finanze e raccolta fondi), Christine Loriol (comunicazione), Nic Kleiber (marketing), Simone Inversini (sviluppo), Claudia Weber (vicepresidente, diritto), Ursula Hess (direttore generale, amministratrice), Raquel Herzog (fondatrice, responsabile sul campo) e Marina Villa (presidente)

Oltre ai finanziamenti economici, che tipo di sostegno necessita SAO?

La nostra associazione può essere paragonata a una startup. Nella nostra relativamente breve esistenza siamo cresciuti molto velocemente. Il successo raggiunto implica però un lavoro enorme che noi otto fondatrici, tutte volontarie, non siamo più in grado di gestire. È imprescindibile ora riuscire a moltiplicare le nostre forze e trovare altre persone disposte ad aiutarci. A tale proposito stiamo preparando una “lista dei regali” che vorremmo ricevere a Natale. Vi saranno elencati progetti, funzioni e doveri che pensiamo possano incontrare l’interesse di tutte quelle persone intenzionate a dedicare parte del proprio tempo libero in attività che più si avvicinano alle proprie capacità professionali. Io ad esempio non sono mai stata nella nostra struttura di Lesbo e non credo di essere tagliata per un’attività sul campo, aiutando i rifugiati a scendere dalla barca appena approdata sulle spiagge dell’isola. Sono riuscita pero a contribuire all’associazione con le mie conoscenze nell’ambito della comunicazione, scrivendo centinaia di mail e realizzando il sito Internet. In Svizzera cerchiamo volontari che possano prestare in modo autonomo la loro professionalità finalizzata alla realizzazione di specifici progetti. In Grecia alle volontarie (solo le donne possono accedere alle nostre strutture) è richiesta invece una presenza fisica di almeno quattro settimane, ancor meglio se di tre o sei mesi, così da poter garantire una continuità nel lavoro quotidiano. Questo l’indirizzo mail per contattarci: volunteers@sao.ngo

Tutte le immagini: Courtesy SAO – Save Assist Outreach

SAO – Save Assist Outreach:   WEB   Facebook   Instagram

 

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