Protestare, protestare, protestare

Domani si festeggia il 1° maggio. Due le modalità per celebrare la Festa del lavoro a Zurigo: scendendo in piazza o andando al… museo

Gioie e dolori del federalismo. In Svizzera l’unica festa regolata a livello nazionale è il 1° agosto quando si celebra la nascita della Confederazione Elvetica avvenuta nel 1291. Tutte le altre sono definite dai calendari cantonali che, messa da parte la logica, seguono tradizioni ecclesiastiche, storiche e storico-industriali. Come la Festa del lavoro, perenne occasione di scontro politico, dai toni, a volta, da teatro dell’assurdo. Proposte per elevare il 1° maggio al rango di giorno festivo nazionale si sono alternate alle richieste di cancellare il “Giubileo della Sinistra” dall’elenco delle vacanze. A conti fatti, domani solo 8 dei 26 cantoni svizzeri, festeggeranno ufficialmente il 1° maggio. Quello di Zurigo compreso, nel di cui capoluogo verrà organizzata la più importante delle manifestazioni.

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Ci saremmo stupiti del contrario, considerata la sua vocazione contestataria. È la città di Zurigo che per prima fu raggiunta in poche settimane dalle rivolte studentesche scoppiate a Parigi nel maggio del ’68. Le sommosse mondiali di quel periodo non solo segnarono l’inizio di una nuova cultura della protesta, ma funsero anche da catalizzatore per un cambiamento fondamentale nella città della Limmat, culla dei movimenti studenteschi e femminili svizzeri. Col motto Lohngleichheit. Punkt. Schluss! (Parità di salario. Punto e a capo!), la Festa del lavoro, organizzata dalla Confederazione sindacale del Cantone di Zurigo e dal Comitato del 1° maggio, è dedicata quest’anno all’uguaglianza salariale fra i sessi, tema urgente che occupa l’agenda politica da decenni. La ricorrenza, già iniziata nel fine settimana con una grande festa popolare sui terreni della vecchia caserma, si concluderà domani col tradizionale corteo, che partendo alle 10:30 dalla Helvetiaplatz, luogo simbolo per tutte la manifestazioni politiche e sociali, si concluderà sulla Sechseläutenplatz. Qui, vicino al lago e di fronte al Teatro dell’Opera prenderanno la parola, fra gli altri, la presidente del sindacato Unia, Vania Alleva e Nekane Txapartegi, attivista basca che parlerà di solidarietà con i prigionieri politici. Il 1° maggio a Zurigo è da sempre un’occasione importante per la solidarietà internazionale e la cooperazione tra partiti di sinistra, sindacati e movimenti, capace di radunare migliaia di partecipanti. Se però si soffre d’agorafobia e la presenza di alcuni black bloc può inquietare, un’alternativa è possibile: dirigersi al Museum für Gestaltung, dove l’attuale esposizione Protest! Resistance Posters si occupa della cultura della protesta in tutto il mondo, quella del 1° maggio inclusa.

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Luis Veiga, 2016, Museum für Gestaltung Zürich, Poster Collection, © Luis Veiga

Globalizzazione, diritti delle donne, Trump… Il manifesto si è imposto come il supporto per eccellenza della lotta politica. 50 anni dopo il 1968, scintilla di una rivolta mondiale, il Museum für Gestaltung Zürich riunisce nella sua sede al Toni-Areal, circa 300 manifesti di protesta provenienti da tutto il mondo al Toni-Areal, accompagnati da canzoni, video e immagini contestatari. Lo si voglia emotivo o razionalmente esplicativo, sin dagli anni ’20 il manifesto di protesta ha accompagnato l’attualità in un modo impressionante offrendo un’espressione visiva alla resistenza. Strumento d’intervento politico nello spazio pubblico, il poster è utilizzato dai suoi designer per posizionarsi attivamente, proponendo un commento critico sugli eventi. La trasposizione grafica spazia dalle illustrazioni a mano libera ai fotomontaggi, passando per scelte stilistiche puramente tipografiche in un continuo alternarsi tra pathos espressivo e austera sobrietà.

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Tomi Ungerer,Choice Not Chance, 1967, Museum für Gestaltung Zürich, Poster Collection, © Tomi Ungerer

La mostra, che rimarrà aperta fino al 2 settembre, abbraccia sia l’appello emozionale contro la guerra lanciato da Käthe Kollwitz, che i leggendari messaggi dell’Atelier Populaire di Parigi, per arrivare ai manifesti politici contemporanei. Cinque sono i capitoli in cui è strutturata l’esposizione e che fanno luce su formule visive e strategie di argomentazione ricorrenti nei poster di protesta, indipendentemente dai temi trattati, dalle circostanze o dai contesti geografici: Indignazione e sensibilizzazione, Idolo e capro espiatorio, Utopia e distopia, Appelli e messaggi, Segni e simboli. I progetti fanno appello alla nostra solidarietà e compassione, minano i governanti, denunciano le ingiustizie e danno un volto a varie utopie. L’esposizione, curata da Bettina Richter, responsabile della collezione di manifesti appartenente al museo, non ha lo scopo di presentare una sequenza cronografica di eventi politici globali e neppure di trattare singoli temi in modo isolato, ma piuttosto rende omaggio al mezzo del manifesto della resistenza in una prospettiva globale.

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Steff Geissbühler, Peace, 1985, Museum für Gestaltung Zürich, Poster Collection, © Steff Geissbühler

Da non perdere la sezione interattiva dell’intero progetto espositivo. Nell’area d’ingresso alla mostra il visitatore può lasciare un messaggio di protesta che verrà poi ripreso da un display luminoso a LED visibile ai nuovi arrivati. Inoltre una parete fotografica raccoglierà le immagine di chi vorrà scattare immagini di protesta in luoghi pubblici. E perché no, magari proprio quelle del corteo di domani per le vie di Zurigo.

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Art Workers’ Coalition / Peter Brandt, photo: Ronald L. Haeberle, Q. And babies? A. And babies., 1970, Museum für Gestaltung Zürich, Poster Collection, © Peter Brandt

Immagine di copertina © Fausto Colombo

 

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